Maccagno con Pino e Veddasca - Martedì, 11 Dicembre 2018

MASSIMO “ANTIME” PARIETTI

E’ Bosco di Montegrino Valtravaglia, la stessa patria di Giovanni Carnovali, detto il Piccio, a dare i natali, il 18 dicembre 1914, a Massimo Ercole Giuseppe Parietti. E’ il settimo figlio di Romano Abele e di Melania, una Parietti anche lei. Nel piccolo paese arroccato sopra la valle, sposarsi tra consanguinei è quasi una regola imposta dall’esiguo numero dei suoi abitanti. L’unione, che porta ben otto figli, sarà funestata dalla morte di quattro di loro, tre femmine e un maschio. Il nome Antime, di cui l’artista farà orgoglioso uso nei suoi quadri, è in realtà preso a prestito dal fratellino Antime Giovanni, nato nel 1913, e deceduto due anni dopo, a neppure diciannove mesi.
Anche papà Romano se ne andrà presto, vittima della Grande Guerra.
Melania, amatissima dal figlio, riuscirà a trasmettere alla smarrita famiglia la serenità necessaria e una grande forza d’animo, rivelata in ogni momento della sua operosa esistenza.

L'amore di Antime per il disegno e i colori si manifesta in età precoce. E’ ancora bambino quando mamma Melania scambia alcuni suoi piccoli quadri con l’ambulante del paese, ottenendone qualche scampolo di tessuto per cucire i grembiuli dei fratellini. In sesta elementare conquista un premio per un quadro a olio, che raffigura una donna intenta a lavorare all’arcolaio, uno dei tanti ritratti delle contadine della Valtravaglia, cariche di figli e di pensieri. E’ forse anche questo precoce riconoscimento, unito alla giusta intuizione della madre sui suoi talenti di artista, a condurre Antime, a soli dodici, anni, a Milano, dove fa apprendistato alla Cooperativa dei Pittori. Il suo maestro è Leonida Biraghi, da lui sempre ricordato quale severo, ma stimatissimo insegnante. Lo accoglie, come fosse una famiglia, l’istituto per giovani operai di via Benvenuto Cellini, che lo ospita assieme a un centinaio di altri coetanei. Tra loro è anche un ragazzo gentile e timido, spesso impegnato nel cortile dell’istituto a tirar calci al pallone. “El Pepin al g’ha i pée d’or “diceva di lui un monsignore. Di cognome il giovane faceva Meazza. Antime frequenterà anche i corsi serali di Brera, allievo, negli ultimi due anni, di Aldo Carpi.

Nel ’35, terminati gli studi, è chiamato a lavorare col professor D’Andrea agli affreschi per la chiesa di santa Francesca Romana a Milano, e al Cimitero Monumentale. Qui dà egregia prova delle sue capacità. Nel ‘37 parte per la Costa Azzurra col professor De Liguori, ed esegue alcuni affreschi al Casinò di Nizza. Inizia contemporaneamente una più intensa pratica al cavalletto, che non smetterà mai più. Dipinge ogni giorno e fissa sulla tela colori e atmosfere che la terra di Francia gli detta, avvicinandosi ai musei e alle opere degli amati impressionisti. Nature morte, paesaggi marini, scorci di mondi rurali o urbani, ritratti intensi, fiori (da lui stesso coltivati) sono, e saranno per sempre, i soggetti prediletti della sua pittura postimpressionista, che gli varrà l’appellativo di “pittore di luce”.

Terminato l’impegno con De Liguori, si trasferisce a Saint Raphaёl e collabora alla ditta di alcuni parenti decoratori. Col cugino Romano gira per la Costa Azzurra, di giorno lavora, di sera si esibisce nei café chantant: suona la chitarra e canta nell’orchestra dei Bluestar. Ne approfitta per spingersi spesso a Parigi, dove si sente subito a casa sua. E’ in questi anni che stringe amicizia con lo scultore Alberto Giacometti, un rapporto destinato a durare nel tempo, che gli consentirà di eseguire alcuni ritratti dell’artista, intento a dar forma alle sue filiformi creature nel famoso studio di rue de Hippolite Maindron 46, a Montparnasse.

Nel ‘39 Parietti è richiamato in Italia, non ha la tessera del PNF come i colleghi artisti, e per questo si fa tre giorni di carcere. A toglierlo dai pasticci, sarà, per ironia della sorte, un imprenditore ben introdotto politicamente: Vito Baccarini. Artista a sua volta, prima che uomo d'azienda, il Baccarini ha alle sue dipendenze centoventi operai. E’ persona d'onestà intellettuale e, nonostante le iniziali simpatie per il partito fascista, non vorrà aderire nel ‘43 alla Repubblica di Salò, cosa che gli costerà la deportazione in Polonia e la vita. Baccarini ingaggia Parietti per alcuni lavori di affresco in San Sepolcro a Milano, poi per la colonia marina della provincia di Cervia. Nel ’40 lo farà lavorare anche agli affreschi per il Teatro Impero a Varese con Giuseppe Montanari. “Mi pagarono finalmente e diedi tutto alla mamma. Saldò tutti i debiti e avanzò qualche lira da risparmiare".
Quando la guerra lo chiama in Albania, ci va da militarizzato, portando, al posto dei fucili, i pennelli. Dipinge a Tirana, nel palazzo di re Zog, che nel ‘39 aveva lasciato il trono libero agli invasori, e nella chiesa dell’ospedale militare. Gli esiti tragici del conflitto bellico gli imporranno la quotidianità di momenti drammatici e il confronto con crude vicende umane della buona gente, là conosciuta e apprezzata, che faticherà a dimenticare.
Il rientro in Italia avviene a piedi nel 1942, dopo tre mesi di viaggio in compagnia dell’amico Francini. Ma dovrà riprendere presto la via della Svizzera, dopo una parentesi in Somalia. Rientra in Svizzera nel Canton di Berna, a Burgdorf, e di quel tempo ricorda quindici giorni di consegna in compagnia del tenore Di Stefano. Gli è concesso poi di cercarsi in territorio elvetico un lavoro di mezza giornata per mandare soldi a casa. Si reca anche nel cantone di Soletta, bussa alla porta di una casa: è la ditta di decoratori della famiglia Riva. Conosce così la giovane Marie Louise che diventerà sua moglie, lo sarà per trentotto anni.

La sua seconda, felice vita nella ridente Solothurn, sulle rive del fiume Aar, dopo la triste parentesi della guerra, gli permette di lavorare e produrre intensamente, di stringere amicizie carissime e importanti. Determinanti quelle con Hans Berger e Hans Müller. Quest’ultimo è imprenditore, ma anche collezionista e direttore del museo locale, colui che donò il principale nucleo delle sue opere, tra le quali dei preziosi Rouault e Renoir, al Kunsthaus Museum della città. Cuno Amiet, noto artista, fu a sua volta nella schiera degli amici di Parietti ed ebbe con lui un’intensa frequentazione. Sono anche queste amicizie ad aprirgli, per la stima meritata, molte porte. I quadri di Parietti vengono particolarmente richiesti; sia da collezionisti privati europei e americani, innamorati della sua eclettica e ricca produzione, sia dalle gallerie e istituzioni museali svizzere e francesi. Espone, oltre che al Kunsthaus Museum di Soletta, anche a Zurigo (Galleria Giacometti), a Berna (Galleria Dobiaschofsky) e Basilea (Basilea Art 83), a Lucerna e Parigi (Galleria Montenay, Pavillon des Arts, Beaubourg).

Il rientro definitivo in patria, alla fine degli anni Ottanta, nella bella villa di Bosco che guarda sulla valle, avviene solo dopo la morte di Marie Louise. E’ in questo periodo di riflessione e dolore che concepisce la serie di opere informali, ispirate alla musica e ai sogni, intese forse come ricordo e adieux alla terra elvetica e insieme irresistibile desiderio di recuperare, prima della fine, gli antichi legami.
Nel tempo l’amore per una nuova compagna, divenuta la sua seconda moglie, la gallerista luinese Gabriella Badi, gli ridarà la serenità e la voglia di lavorare ed esporre ancora le sue nuove opere in numerose collettive e personali in Italia: da Luino, a Varese e Verbania, da Milano a Bergamo e Venezia.
Ad Arcumeggia, nel 1996, aggiunge un suo affresco alla Galleria di dipinti all’aperto. Dona con generosità molte sue opere a chiese del territorio e a istituzioni pubbliche e private. La città di Luino gli ha dedicato diverse mostre, tra le altre la ricca antologica del ’94, in occasione dei suoi ottant’ anni, a Palazzo Verbania.

Massimo Antime Parietti muore nella sua piccola patria, dove è sepolto, il 23 giugno del 2002, dopo una vita tutta dedita all’arte.

Una targa, apposta nel 2014 dall’ Associazione culturale “Amici di Giovanni Carnovali detto il Piccio” sulla facciata della casa natale, nella sua Ca’d’Maté, a cento anni dalla nascita, lo ricorda al visitatore che transita per Bosco di Montegrino, unificandone la memoria a quella del grande collega Carnovali.

Luisa Negri

MOSTRA

DIARIO DI LUCE E COLORI MASSIMO “ANTIME” PARIETTI

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