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ALDO CARPI, TRENTO LONGARETTI
il magistero in Accademia

dal 10 luglio al 11 settembre 2011
orari: giovedì, venerdì, sabato, domenica e festivi  10.00 - 12.00 /  15.00 – 19.00.
Ingresso gratuito

Inaugurazione: sabato 9 luglio 2011 alle ore 18.30


 

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Presentazione di Claudio Rizzi

Comunicato stampa

La grande tradizione delle Accademie d’Arte italiane si fonda sulla personalità degli insegnanti che nel tempo hanno formato le varie generazioni. Il magistero in Accademia non significa solo didattica ma impostazione etica e incoraggiamento all’autonomia dialettica nella proprietà di un mondo poetico e intellettuale.
I grandi Maestri hanno alimentato negli allievi lo spirito di libertà e l’indipendenza espressiva favorendo la consapevolezza di una vocazione che si traduce anche in funzione sociale.

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Aldo Carpi
Ritratto di Maria nello studio
1930
Trento Longaretti
Il vecchio con violino e bambino
1996
Arnaldo Badodi
Nello studio del pittore
1940

Aldo Carpi e Trento Longaretti sono due eccellenti esempi di docenza in Accademia e sono tra loro legati dal rapporto maestro-allievo divenuto nel tempo dialogo intenso attraverso la reciprocità di stima e la dimensione dell’affetto.
Aldo Carpi, nato nel 1886 a Milano, ove scompare nel 1973, professore a Brera dal 1930, attraversò le asperità del periodo bellico e la deportazione a Mauthausen, rientrò a Milano e venne proclamato Direttore concludendo il mandato nel 1958.
Trento Longaretti, nato a Treviglio nel 1916, residente a Bergamo, allievo di Aldo Carpi a Brera, viene nominato nel 1953 docente di pittura e direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo, mantenendo il ruolo sino al 1978.
Dalle rispettive Scuole provengono molti artisti affermati nel panorama artistico italiano e alcuni protagonisti del secondo Novecento.

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Ennio Morlotti
Ulivi a Bordighera
19
63
Cesare Peverelli
Comparizione
1960
Alfa Pietta
Verso
2011

Il cardine della mostra consiste nella continuità di magistero, condotto sempre, da Carpi e Longaretti, nell’interpretazione della cattedra come missione dello spirito tramandando ai loro allievi non solo il “mestiere” ma l’intimo sapore della libertà dell’arte.
Sette allievi di Aldo Carpi e sette di Trento Longaretti concorrono a tracciare una linea di sviluppo che percorre il Novecento e giunge ai nostri giorni. Testimoni dell’insegnamento di Carpi sono Arnaldo Badodi, Bruno Cassinari, Ennio Morlotti, lo stesso Trento Longaretti, Roberto Crippa, Gianni Dova e Cesare Peverelli. A testimonianza della Scuola di Longaretti sono chiamati Giuseppe Belotti, Lucia Innocenti, Mino Marra, Alfa Pietta, Maria Clara Quarenghi, Attilio Steffanoni e Bruno Visinoni.

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Maria Clara Quarenghi
Unità del molteplice
2008
Attilio Steffanoni
Nell'erba
2009
 

A cura di Claudio Rizzi, coordinamento Ad Acta, con Patrocinio di Regione Lombardia, Provincia di Varese e Comune di Maccagno, catalogo edito da Publi Paolini, la mostre si sviluppa attraverso cinquanta opere che focalizzano il collegamento fra tradizione e contemporaneità.

Presentazione

ALDO CARPI, TRENTO LONGARETTI
il magistero in Accademia


di Claudio Rizzi

A Bergamo, da molti anni, è sorta l’Associazione ex Allievi di Trento Longaretti. È un’indicazione significativa. Riconoscersi collettivamente nell’unità della radice, in un denominatore comune che evidentemente non si riferisce solo alle qualità tecniche e formali ma ad altro.
Si tratta di un caso raro ma l’eccezione evidenzia l’iniziativa e il sentimento.
Di una mostra si dice che, quando annovera tra il pubblico la presenza di molti artisti, sia una mostra importante. Per estensione di concetto, se un autore raccoglie il consenso di molti colleghi, se ne deve riconoscere la nobiltà di profilo.
Aldo Carpi ha riscosso sempre tributo di stima generale, apprezzamento artistico e riconoscimento morale. Lui non ebbe la gratificazione di un cenacolo dedicato ma ha sempre riscontrato il plauso diffuso, in vita e in memoria.
Le biografie che corredano le pubblicazioni d’arte sono indice palese del valore dei Maestri. Riscontrare frequentemente la dizione “allievo di Carpi” oppure “allievo di Longaretti” equivale a riconoscere una attestazione pubblica che certifica la referenza ma attesta la considerazione.
Tra le righe, poi, si deduce quanto un maestro sia risultato fondamentale riferimento nonostante il cambiamento dei tempi e delle generazioni; quanto abbia trasmesso di proprio, nell’infondere doti tecniche e incoraggiamento; quanta fiducia abbia saputo seminare nel totale rispetto della personalità dello studente e al cospetto dell’orizzonte sempre precario della vita d’arte.
Aldo carpi approda nel 1930 alla cattedra di pittura all’Accademia di Brera subentrando al ruolo espletato da Ambrogio Alciati.
Il suo percorso di insegnamento, superata la fase tremenda della Guerra, della deportazione e della prigionia nel campo di Sterminio di Mauthausen, procede sino al 1958, accompagnando generazioni diverse, segnate da esperienze distanti se non opposte nei valori umani e civili.
L’ultimo gruppo di allievi, coeso nella condivisione di un profondo sentimento lirico e sociale, che intorno alla metà degli Anni Cinquanta inizia dall’aula di Carpi un cammino intenso, è composto da Vaglieri, Ceretti, Romagnoni, Guerreschi, Banchieri, protagonisti, unitamente ad altri compagni di viaggio, del Realismo Esistenziale.
Nello stesso tempo, dal 1953, Trento Longaretti, allievo di Carpi a Brera negli Anni Trenta, è titolare della cattedra di pittura e Direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo, assumendo l’incarico appartenuto ad Achille Funi.
Avverte il fermento dei tempi, il fervore del rinnovamento, l’ultima grande polemica artistica e la frattura tra figurazione e astrazione ma non perde il passo e procede con la continuità di coerenza.
Attraversa gli anni scossi dalla contestazione studentesca e dalle tensioni sociali, non allenta la disponibilità al dialogo e quando conclude il mandato nel 1978, non ha incrinato il rapporto con gli studenti ma, semmai, con la “governance” della Città e dell’Accademia.
Sono trascorsi vent’anni dal pensionamento di Carpi ed anche Longaretti lascia la scuola. Insieme, e l’uno dopo l’altro, hanno percorso quasi mezzo secolo in aula: gli allievi, la passione, il colloquio.
Maturano i tempi, urgono nuove discipline e rivendicano un primato opinabile. A Brera la cattedra di pittura persiste e ancora alimenta la tradizione italiana. A Bergamo, alla Carrara, la grande stagione si è chiusa con Longaretti.
Eppure non si affievolisce il ricordo e talvolta si accende il rimpianto.
Rammentare il maestro non solo palesa la nostalgia di un tempo denso di giovani emozioni, di prospettive e progetti talvolta incapaci di scorgere il discrimine tra sogno e realtà ma svela la matura percezione del percorso formativo, l’esperienza, la traduzione di un consiglio nella definizione dei punti cardinali.
La scuola, nei vari ordini e livelli, appartiene a tutti ma pochi ne fanno menzione. Citare la Scuola, la mano guida, era consuetudine in auge un tempo più di oggi, evidente mutamento delle abitudini e sintomo di maggiore concezione d’autonomia.
Per lo più si indicano modelli identificativi appartenenti alla Storia, simboli di immagine collettiva.
Un atteggiamento diffuso e consono al detto popolare che sostiene la necessità di “sopprimere il padre”. Per non provare debiti di riconoscenza, per sentirsi primi al mondo. Succede sovente.
Sono eccezione alcuni nomi di grande personalità, Marino Marini, Alik Cavaliere, Floriano Bodini, taluni ancora e, appunto, Aldo Carpi e Trento Longaretti. Che configurano paralleli di vita e linea di continuità.
Se può considerarsi un caso la chiamata alle armi, che invia entrambi nei Balcani, l’uno nella Prima Guerra Mondiale, l’altro nella Seconda, con equivalente incarico di documentazione delle vicende belliche, appartiene alla libera scelta di vita la comune inclinazione al rispetto della persona, alla disponibilità d’ascolto, all’inclinazione ad assecondare l’autonomia espressiva dell’allievo.
Sono molti e frequenti, nelle Accademie, gli esempi di formazione a propria somiglianza, di scuola intesa negli stretti canoni di affinità, tanto da imprigionare le prospettive a futuro in un perimetro già vissuto e appartenente al passato.
Le Scuole di Carpi e Longaretti hanno insegnato la misura della libertà e il sapore dell’arte.
Primo testimone è proprio Longaretti che pur essendo il più vicino a Carpi, non ha assorbito da lui il gusto dell’ironia o lo strumento della metafora ma ha affinato la dedizione all’umanità, la predilezione per i deboli e la poetica della dignità.
Badodi, stroncato da un infausto destino, palesava una percezione critica della società e accendeva i toni rispetto alla misura pacata e condiscendente del maestro.
Morlotti ha fatto del paesaggio il terreno esistenziale, ha vissuto la natura dall’interno, ha condiviso le pulsazioni dell’erba, i raggi di luce, il fremito del vento come senso della vita.
Cassinari ha intonato il colore come rapsodia, ha inneggiato alla libertà come accensione delle note, ha incendiato lo spartito per scomporne gli equilibri e generare una nuova architettura.
Altra la generazione di Crippa, affascinato già da una diversa visione del mondo, dalla sperimentazione d’arte e di vita, attratto dalle luci incandescenti dello spazio sino a ripercorrere il viaggio di Icaro. Compagni di scuola erano Dova, visionario poeta di suggestioni, musicalità surreali oltre i confini del sogno e Peverelli, sintesi d’immagine, frenesia della città, dell’esistenza, dell’attimo inebriante, trascorso, finito.
Uomini liberi, artisti indipendenti, dotati di personalità, tecnica e poetica, come la generazione successiva, protagonista del Realismo esistenziale, austera nella lettura sociale e sensibile nel percepire i moti dell’animo.
Non sono difformi gli spazi creati da Longaretti, tutore del rispetto alla persona e al pensiero, difensore del lavoro e dell’etica individuale.
Ne sono testimoni i molti allievi che hanno attuato percorsi di libertà disegnando prospettive personali, allontanandosi sempre più, nella compostezza della maturità, dai giorni dell’aula e dai temi della scuola.
Certamente l’equazione Milano - Bergamo e Brera - Carrara impone una valutazione evidente nella quantità e forse nel carattere degli allievi.
Gli iscritti all’Accademia di Bergamo configuravano un numero ristretto dinnanzi alla grande platea di Brera e probabilmente il ritmo solido ma pacato della provincia rassicurava ma leniva il fervore di sollecitazioni e pulsioni della grande città.
Il dibattito e il palcoscenico milanese educavano subito alla proiezione nazionale, alla visione oltre i confini, al dialogo oltre l’appartenenza.
Da Milano si partiva. A Bergamo si tornava.
È successo anche a Longaretti. Milano, Brera, poi il Politecnico, poi uno studio sotto i tetti, poi un altro e infine la cattedra a Bergamo e la scelta definitiva. Ma dalle antiche mura lui ha sempre solcato l’Europa e il mondo, ha ascoltato culture diverse e ha inciso la propria traccia.
Il panorama dei suoi allievi manifesta il radicamento al territorio, il sentimento delle origini, della gente e della propria storia. E non importa se solo pochi hanno sfidato il mondo e tentato l’orizzonte aperto.
Proprio Longaretti insegna che per tutelare la dignità della persona e del lavoro non occorre vincere il campionato ma nobilitare la natura umana.
Gli interpreti chiamati oggi e qui a sintesi di una grande Scuola, mostrano profili diversi ma ricchi di intensità, evidenziando nelle differenze i valori di libertà e autonomia espressiva.
Bruno Visinoni non ha mai abbandonato il proprio mondo, ancora lo vive intatto, lo perpetra, cercando nei volti, nelle figure, nell’animo delle persone vicine, una conferma di intima fede.
Mino Marra scompone, ricompone, aggrega, fonde sentimenti e passioni, memoria lontana e presente pulsante, condensa immagine e simbolo, interroga la natura e ritrae l’esistenza.
Lucia Innocenti progetta nuove architetture, della figura, del paesaggio, della città, offre visioni sincopate di scenari nuovi ed equilibri stabili, irragionevoli forse, ma lucidamente visionari.
Votato alle radici è Giuseppe Belotti, cantore di un proprio spazio senza tempo, nella luce del sogno, nel silenzio di una solitudine amica che si delinea a protezione tutt’attorno.
Attilio Steffanoni ha percorso il mondo e l’arte, ha indagato l’uomo e la natura, ora trae la sintesi della percezione, l’istante emotivo oltre la conoscenza, l’attimo della luce, il senso della vita.
Maria Clara Quarenghi offre una visione contemplativa, l’infinito, la dissolvenza, motivi trascendenti, l’assenza presenza, il vuoto apparente, l’incombenza del tutto, il peso delle cose nella leggerezza della sensazione.
Alfa Pietta svela suggestioni nella nudità della materia, quasi parvenza di parola, di traccia, canovaccio o sindone di profonda sacralità nelle note spontanee di musicalità diffusa.
Personalità distinte e dotate tutte di un proprio ambito poetico fondato sulla sobrietà della tecnica e del lavoro.
Itinerari vissuti nel rigore di un credo convinto e sereno, votato al dialogo, al confronto, all’incontro col prossimo.
Artisti di provata maturità che hanno già tramandato ai più giovani, nell’insegnamento, nell’esperienza, nella testimonianza, i valori più puri dell’arte, destinando ad altri ciò che avevano ricevuto in dote e mantenendo accesa quella lunga linea che collega la tradizione alla contemporaneità.

Claudio Rizzi

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