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dal 13 luglio al 7
settembre 2008
orari: giovedì, venerdì, sabato, domenica e festivi 10.00 - 12.00 / 15.00 –
19.00.
ingresso: € 2.60,
ridotto € 1.60
Inaugurazione: sabato 12 luglio ore 17.30
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Comunicato stampa
Gli anni ‘70 segnano forte
transizione epocale, conclusione del grande rinnovamento del ‘900 e scatto
propulsivo a generare il nuovo.
Ripercorrere quel periodo significa collegare pagine di storia e voci odierne,
individuando tracciati di percorso e linee di evoluzione.
Maestri storici, personalità di alto profilo, da un lato ultimi cultori di
consolidata tradizione e d’altro canto innovatori nella ricerca e
nell’espressione linguistica, conducono alla comprensione dello sviluppo e della
consequenzialità dei linguaggi dell’arte in Lombardia.
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Enrico Baj Mr Medina 1974 |
Floriano Bodini |
Raffaele De Grada Contadina 1935 |
Si propone una
riflessione, a distanza di trenta anni, per rilettura del tessuto artistico del
nostro territorio, ritrovando radici di continuità e valorizzando contenuti e
protagonisti di grande rilievo, ora in parte eclissati dalle mode e dalle
tendenze di mercato.
Si delineano gli esiti delle questioni culturali formulate nel secolo, affiorano
affinità e antitesi, emergono tendenze e singole personalità, si intrecciano e
si contrappongono tensioni di dibattito acuto tra conservazione dei valori,
rinnovamento e linguaggi di rottura.
Memoria storica e responsabilità critica affrontano il passato per avvicinare il
panorama dell’attualità e interpretarne i motivi di sviluppo.
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Trento Longaretti |
Giacomo Manzù |
Giuseppe Migneco |
Realizzata da Ad Acta per il Comune di Maccagno, con il Patrocinio della Regione Lombardia e collaborazione del Comune di Lecco e della Città di Gazoldo degli Ippoliti, accompagnata dal Patrocinio della Provincia di Varese e della Provincia di Mantova, la mostra verrà riproposta, dopo il debutto al Museo Civico di Maccagno, nelle Sale della Torre Viscontea di Lecco, in sinergia con i Musei Civici di Lecco, e infine a Gazoldo degli Ippoliti, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea.
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Aligi Sassu L'urlo 1964 |
Emilio scanavino Nascosto 1969 |
A cura di Claudio Rizzi con testo introduttivo di Stefano Crespi, la mostra accoglie opere significative di cinquanta artisti: Valerio Adami, Enrico Baj, Giacomo Benevelli, Floriano Bodini, Agostino Bonalumi, Pompeo Borra, Remo Brindisi, Domenico Cantatore, Carmelo Cappello, Bruno Cassinari, Enrico Castellani, Giancarlo Cazzaniga, Alfredo Chighine, Cristoforo De Amicis, Raffaele De Grada, Filippo De Pisis, Francesco De Rocchi, Angelo Del Bon, Gianni Dova, Gianfranco Ferroni, Salvatore Fiume, Lucio Fontana, Franco Francese, Edoardo Fraquelli, Giovanfrancesco Gonzaga, Renato Guttuso, Umberto Lilloni, Trento Longaretti, Giacomo Manzù, Marino Marini, Piero Marussig, Giuseppe Migneco, Luciano Minguzzi, Ennio Morlotti, Giancarlo Ossola, Giovanni Paganin, Guido Pajetta, Giò Pomodoro, Mario Radice, Mauro Reggiani, Attilio Rossi, Mimmo Rotella, Giancarlo Sangregorio, Aligi Sassu, Emilio Scanavino, Paolo Schiavocampo, Adriano Spilimbergo, Emilio Tadini, Arturo Tosi, Mario Tozzi.
Come eravamo: gli anni, lo scenario.
di Claudio Rizzi
Dire come eravamo significa restituire dignità a quanto
appariva allora normale, senza comprenderne a fondo valori e motivi.
Tuttavia, una premessa: niente di nostalgico né di malinconico. E
un’annotazione: a distanza di trent’anni, i protagonisti appaiono come lontana
memoria di rara citazione.
Considerate le eccezioni, evidenti in alcuni artisti di grande attualità, il
quadro di quegli anni, importante nella consequenzialità di sviluppo, risulta
annebbiato, negletto nella pluralità dialettica dei valori, semmai e talvolta
riammesso alla notizia per pure ragioni mercantili.
L’appunto non riguarda le quotazioni, nella maggioranza dei casi consolidate e
talora impennate ma la memoria storica, la lettura del percorso nel tempo e nel
territorio.
Il filo logico che si dipana dai secoli, che attraversa il grande rinnovamento
di pensiero, sociale e culturale dell’Ottocento, che inebriato da spirito nuovo
scolpisce il Novecento, approda agli anni ‘70 come in un bacino di confluenza
tra un’epoca navigata e un orizzonte da riscrivere.
Dopo quel decennio risuoneranno differenti i meccanismi del mondo dell’arte,
divulgazione, proliferazione, comunicazione, immagine e mercato.
Nella mutazione degli assetti sociali, muta anche il tessuto artistico. Saranno
innovazioni radicali, nel metodo, nel merito e spesso nel demerito.
Il consumismo, dopo aver corroborato i muscoli, giocherà a tutto campo e imporrà
l’arte come bene salutare a molti effetti ma non sempre rispetterà discrimine e
ponderazione dei valori.
Negli anni Settanta si conclude un tempo, negli anni Ottanta ne inizia un
altro, non solo in arte e non solo tra noi.
Non si tratta di bene e male, buono e cattivo: le due erbe esistono sempre e
ovunque. Si tratta di individuare, leggere o rileggere determinate peculiarità
per inanellare passato e presente in proiezione a futuro.
Negli anni ‘70 si raccolgono gli esiti delle questioni
culturali intessute nel secolo. Risaltano le scosse determinate dalle
avanguardie storiche, si dipanano giudizi e pregiudizi che hanno contrassegnato
espressioni vicine oppure opposte al regime fascista, si affermano tesi
puramente poetiche esenti da implicazioni di parte, si affievolisce la
querelle, ormai annosa e insipida, tra figurazione e informale. Si distinguono i
caratteri di lirismo, realismo, nuova figurazione, si accolgono le istanze del
rinnovamento nella voce perentoria di alcuni maestri come nella proposta di
giovani artisti forti di impegno.
Il solco che dirime professionalità e dilettantismo è netto e visibile: già
sono nate gallerie dette “affittacamere” ma risultano riconoscibili e
periferiche.
I “gironi” dell’arte appaiono evidenti e chi vuole orientarsi dispone di punti
cardinali. La grande confusione verrà poi, sempre più, mimetizzandosi nei
concetti di moda, di innovazione, di globalizzazione. Ma questa è cronaca di
tempi recenti.
La critica d’arte è rigorosa e indenne da
contaminazioni. Deriva dalla stampa, nutre forte senso del pubblico, si alimenta
ancora di etica propria e di senso di militanza, sentimento che collega le
scelte estetiche alle posizioni ideologiche. Solo alcune eccezioni, prodromi di
quella tendenza concessiva e partecipata che caratterizzerà poi la
proliferazione di non poche espressioni autarchiche e periferiche, snob ed
esibizioniste anche in assenza di percorso referenziale.
Invece in quegli anni ancora persiste la volontà di lettura storica nella
correlazione teorica e nella percezione poetica, nel riconoscimento di
personalità e nella ragionata sequenza della logica dell’arte.
Il maestro è un punto di riferimento e la citazione non si nega. La genealogia,
morale o materiale, comunque dichiarata, diviene una scala percorribile a
ritroso, leggibile nella consequenzialità, traducibile in chiarezza e in onestà
intellettuale.
Oggi generalmente l’artista non cita una paternità, si propone senza
provenienza, come scendesse in linea diretta dall’albero di Adamo ed Eva ma
senza conoscerli. Un vezzo per non versare tributi ma spezza il filo che lega
Storia e tempo e forse, più che arricchire, impoverisce.
In quegli anni, tuttavia, inizia anche il grande equivoco.
L’affermazione dell’individualità quale valore puro, libero da vincoli di
osservanza estetica o ideologica, agevola una lettura sempre più anarchica
dell’arte, sia nella produzione, sia nella lettura.
Dalla concretezza all’approssimazione il passo è breve se qualcuno non delimita
un confine.
Via via, nei decenni successivi, si andrà affermando una sorta di
autodeterminazione, concetto a rischio di precarietà perché collegato da un lato
alla legittimità dell’indipendenza ma d’altro canto collaterale al millantato
credito.
Il fenomeno troverà supporto sodale nell’ipertrofia del mercato, dilatato oltre
i criteri della norma e confluito in canali inediti, tesi a presunta innovazione
e irriverenti ai canoni.
Si consoliderà così, già dagli anni ‘80 e ancor più nei
‘90, sino ai nostri, una ineffabile commistione di concretezza e insussistenza,
di verità e di bugia, di motivazione e di pochezza.
D'altronde non risulta nel mercato dell’arte una figura
professionale analoga all’analista finanziario per
la Borsa Valori, che
fornisce, seppure ermetiche, fondate indicazioni di lettura. Qui vige la
deregulation, come nel Far West e occorre incontrare il bravo cow boy.
Negli anni ‘70 esistevano i maestri, i comprimari e i
giovani pretendenti alla successione. I maestri erano protagonisti, opinabili
come ogni cosa al mondo ma riconosciuti tali; i comprimari erano il parterre,
immediatamente a contatto, pronti a invadere il campo ma rispettosi della
segnaletica; i giovani agivano nel tono, come sempre, per affermare presenza.
Il mercato si era acceso già nel decennio precedente. Attenzione in crescendo e
sempre maggiore interesse. Talvolta gli indici di gradimento del pubblico non
corrispondono alle tendenze di valutazione della critica ma concorrono comunque
a delineare una vetrina dei più acclamati.
Eccoli ora, qui, chiamati in mostra e in scena: e riassumono, nella pluralità e
nella somma dei profili, i valori e i percorsi che hanno intessuto il secolo.
Altri, in parallelo forte di personalità e qualità espressive, animano uno
scenario ricco, forse equiparabile poi, forse no.
Aldo Carpi, maestro di vita e d’arte, direttore di Brera, percorreva l’ultimo
tratto ancora frequentando lo studio riservatogli in Accademia, radicato lì dopo
aver maturato generazioni varie d’artisti.
Anche Achille Funi, appartato in signorile dignità, volgeva l’ultimo sguardo
assistendo all’affermazione di molti tra i suoi allievi.
Mentre risuonava accorato l’eco della morte tragica di Roberto Crippa,
scontavano un esilio morale, ultimo tenore di condanna politica, Francesco
Messina e Mario Sironi.
Iniziava una lettura più attenta e consapevole dell’opera di Piero Manzoni,
scomparso giovanissimo ma autore di indelebili pagine e con lui si evidenziavano
Dadamaino e un giovane gruppo composto da
Gianni Colombo, Davide
Boriani, Giovanni Anceschi, Grazia Varisco e Gabriele De Vecchi.
Il palcoscenico milanese si illuminava per i beniamini del
territorio ma accoglieva con sensibile attenzione Alberto Sughi, voce critica
della retorica borghese, Renzo Vespignani, raffinato interprete di mutazioni
sociali e ansie interiori, Ennio Calabria, ultimo alfiere di forte ideologia,
Arturo Carmassi, avviato da radici surreali a sintesi d’astrazione.
Di impegno civile e sommessa poesia era Ernesto Treccani, cui corrisponde con
forte partecipazione esistenziale Giuseppe Zigaina.
La platea degli intenditori si rivolgeva con attenzione a Bruno Munari e Luigi
Veronesi, riconoscendoli in autonoma analogia all’astrazione internazionale.
Erano presenti sulla scena anche forti esponenti di altre scuole, sia nel valore
espressivo sia in ambito geografico, retaggio di un mercato che raramente
diviene nazionale, prospettandosi comunque, dapprima e lungamente, in
connotazione regionale quando non provinciale.
Giorgio Morandi aveva già affermato la propria intensità poetica e Virgilio Guidi vedeva unanime riconoscimento alla sua sintesi di vedute e grandi volti che contemplava nella luce della Giudecca. La raffinatezza di Giuseppe Santomaso e l’irruente gesto materia di Emilio Vedova condividevano l’attenzione generale con l’informale di sogno di Giulio Turcato e la partitura musicale di Piero Dorazio ma, principe nella considerazione pubblica, rimaneva Giorgio De Chirico, celebrato come campione assoluto, beniamino di un sistema che già incedeva verso l’eccesso, ben oltre la stima riscossa da artisti intensi e autentici come Alberto Savinio e Massimo Campigli.
L’emisfero figurativo vantava grandi interpreti in Pietro
Annigoni, Michele Cascella e Domenico Purificato, milanese di adozione per
lunghi anni e direttore di Brera. Collaterali nello spazio scenico erano Silvio
Consadori e Luigi Brambati, accomunati nella poetica della laguna veneta, Ezio
Pastorio, cantore di toni lombardi, Franco Ferlenga, intellettuale vivace
impegnato in tematiche di sviluppo ciclico, Saverio Terruso, testimone tenace di
voci e tradizioni del Sud.
Mario Bionda si era appartato dalla ribalta milanese, dal dibattito intessuto
con Costantino Guenzi e gli altri fautori dell’informale lombardo, alternando
ora lunghi soggiorni a Riomaggiore con l’attività di gesto e segno nello studio
di Sesto S. Giovanni.
Defilato nella vivacità ironica era Franco Rognoni, artista tra sogno e
surrealtà, lettore acuto di vizi privati e pubblici peccati. In riservatezza
lavoravano anche Giuseppe Ajmone, poeta della pittura e Mario Bardi, autore di
denuncia, di impegno civile e di lucida consapevolezza.
Solisti della luce erano Gino Moro in pentagramma tonale e Leonardo Spreafico
nel valore puro.
Altrettanto si dica di Piero Giunni, misurato interprete di note naturalistiche
macerate in raffinata chiave lirica e del più giovane
Luigi Stradella, autore di appassionata evocazione.
Distaccati da ogni possibile coro, Walter Pozzi,
autoritratto costante tra i suoi personaggi e Ibrahim Kodra, idoli di pace e
d’amore,voci d’altra terra e d’altra cultura.
La scultura vive nel grande insegnamento di Arturo Martini
e Marino Marini, si rinnova nell’opera di Pietro Cascella e, più da vicino, di
Andrea Cascella, che diviene direttore di Brera e nutre intenso rapporto con
Milano. Segnano un’impronta di forte presenza Giò e Arnaldo Pomodoro, unitamente
alle presenze di Giuliano Vangi e Augusto Perez, alla personalità spiccata di
Alik Cavaliere, alla duttilità nei materiali di Giancarlo Marchese, alla
raffinatezza di Nanni Valentini, alla primordialità di Giancarlo Sangregorio,
alla musicalità informale di Umberto Milani, al promettente esistenzialismo di
un giovane Alberto Ghinzani e alla delicata irruenza di Paolo Schiavocampo.
Maestri defilati, di grande umanità, consacrati al lavoro come fede e vocazione,
sono Giuseppe Scalvini e Angelo Casati, entrambi determinati al lavoro quanto
alla discrezione.
Gradatamente si propagano ai riflettori gli esponenti della nuova generazione
milanese, Paolo Minoli, Gianfranco Pardi, Valentino Vago, Mario Raciti, Claudio
Olivieri, Attilio Forgioli, mentre irrompe con scosse folgoranti Mario Schifano
e, quasi in coro rispondono Fernando De Filippi, Paolo Baratella, Giangiacomo
Spadari e Angelo Cagnone.
La presenza femminile risente dell’epoca. Gli anni ‘70 ancora determinano una
società fortemente maschilista e risulta quota di assoluta minoranza
l’attenzione rivolta, almeno in arte,all’emisfero in rosa. Poche e rare le
eccezioni, riconoscibili in Felicita Frai e, in altro versante, in Carla Accardi,
nella personalità vivace e autonoma di Maria Luisa Simone, nella focalizzazione
introspettiva di Wanda Broggi, nella ricerca di
Fausta Squatriti e nelle personalità già citate di Dadamaino e Grazia Varisco.
A loro e alle voci comprimarie occorre tributare il merito
di aver aperto nuovi orizzonti e incoraggiato generazioni più giovani, ora
finalmente e a pieno diritto presenti nel palcoscenico d’attualità. Anche
questa è funzione estremamente importante, come il magistero e l’esempio, come
la percezione o l’innovazione; e merita memoria.
Oggi le accademie sono vive di presenza femminile ma soprattutto la ribalta
ufficiale, nel privato come nel pubblico, ha superato la discriminazione che
ancora derivava da antico retaggio e che l’ultimo arco del ‘900 ha fortemente
ridotto.
Questo non è l’unico risultato prodotto dagli anni ‘70 e trasmesso ai nostri
giorni. Il patrimonio genetico di quel periodo genera molti effetti. Nel
contesto sociale, nella parabola politica ma soprattutto, per quanto concerne il
tema, nel profilo delle nuove generazioni d’artista. Che sembrano aver maturato
cromosomi presenti nell’evoluzione anni ‘70, allora frequentemente letta come
eccesso, provocazione o sconfinamento.
La sperimentazione della scultura in altro materiale, la scrittura, dal segno
alla poesia visiva, dalla traccia alla memoria, la deformazione psicologica
dell’immagine, l’assoluto della luce e la purezza del colore nella suggestione
emotiva, l’uso strumentale della fotografia, supporto tecnico nella transizione
del dipinto e nell’esecuzione dell’opera, sono tutti elementi, e solo alcuni tra
i molti, che traggono origine dagli anni ‘70, nemmeno inediti, per riaffermarsi
adulti oggi.
Ma non si riassumono qui le ragioni di una riflessione e di uno sguardo attento
al decennio ‘70.
In realtà quegli anni hanno evoluto e condotto a compimento molte facoltà
espressive.
Nel rispetto dell’individualità e del fare arte, non appare opportuno dire
concluso ma risulta lecito affermare una definita maturità.
In quel tempo giungevano a epilogo naturale motivi
intellettuali e linguaggi originati da altre e ben diverse ragioni storiche. Era
un sipario ormai improcrastinabile. Ma si strutturavano altre sintassi,
parallele alle istanze dei giorni che correvano verso un futuro in accelerazione
ulteriore rispetto alla già incredibile velocità del ‘900, secolo poliedrico
nel bene e nel male ma capace di travolgere, quanto a velocità, millenni di
storia nel breve corso di una vita.
Il nuovo avanza sempre, altrimenti non avremmo il tempo. Ma senza gli anelli
della concatenazione si romperebbe la sequenzialità di sviluppo.
Mentre leggiamo il presente e prepariamo il futuro, mentre vediamo come siamo e
immaginiamo come saremo, è opportuno ricordare come eravamo.
Claudio Rizzi
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