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dal 9
luglio al 10 settembre 2006
orari: venerdì, sabato, domenica e festivi 10.00 - 12.00 / 15.00 –
19.00.
ingresso: € 2.60,
ridotto € 1.60
Inaugurazione: sabato 8 luglio 2006 ore 18.00
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Presentazione a cura di Claudio Rizzi
Un tempo, dichiarare “civis romanus sum” declamava forte
radice di identità.
L’evoluzione del pensiero, con la determinazione di campi intellettuali
dialettici, ha favorito lo sviluppo di territori di appartenenza e dignità.
Ma l’effimero sempre in agguato ha prodotto la dilatazione dell’equivoco in
dimensione universale, poiché comodo e utile ai grandi consorzi finanziari.
Per correre alla guerra è necessario il valore di Patria ma per attivare mercati
e commerci occorre la massificazione della moda.
Non è difficile distorcere il concetto di identità riducendolo a
identificazione, proponendo precari modelli e illudendo che lo status symbol
possa sopperire al patrimonio di interiorità.
La comunicazione di massa si è tradotta in persuasione,
persino subdola e occulta, per un’omologazione generica ove risulta rara ogni
radice di tipicità e ove si celebra, nella velleitaria bandiera
dell’anticonformismo, il livellamento più volgare e completo.
Dalla politica alla cultura, trasformismo e convenienza hanno minato etica e
identità. Persino tra coloro che professano l’arte e dovrebbero dunque
interpretare al meglio il principio di indipendenza e libertà, è difficile
riscontrare radici solide e nerbo di personalità.
Una distorsione edulcorata ha indotto a credere che identità sia sinonimo di
riconoscibilità e ha sostituito all’autenticità di etica la banalità di
etichetta in sigla ripetitiva. Questa deformazione pilotata si ripercuote sul
pubblico e difficilmente consente una chiara distinzione di lettura, diffondendo
labili espressioni in luogo di concrete qualità.
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Fiorito |
I luogi di Narciso |
Alcuni artisti, indenni da contaminazioni di mode, ismi e
opportunismo, ancora manifestano valori puri.
Non sono ultimi indiani reclusi nella riserva, anzi e per fortuna agiscono in
piena autonomia e alimentano rapporti sociali e collettivi, tuttavia
rappresentano voci infrequenti, eccezioni importanti in un panorama sempre più
caratterizzato da superficialità, inflazione di epigonalità e assuefazione a
requisiti commerciali.
Antonio Pedretti è nato sulle radici della propria indole.
Ha permeato linfa e humus di casa sua. Ha viaggiato, ha percorso il mondo ma non
si è mai allontanato. Non ha cercato felicità altrove, consapevole di crescere
immerso nella propria terra.
Con immagine di grande naturalezza, Pedretti dice di essere nato là in quella
casa alla foce del fiume, sulle rive del lago; e di essere subito caduto in
acqua. Così l’origine e la vita hanno assunto confidenza.
Pittore per intima esigenza, nemmeno il tempo di scoprire
la vocazione, Pedretti disegna e dipinge il circostante. Il sentimento della
natura diviene anima del suo fare pittura. Il suo paesaggio assume la
perentorietà totale, quasi proclama, è vitalità e osmosi.
Sono trascorsi circa quaranta anni dall’esordio in pubblico, sedicenne
adolescente votato a un cammino che non avrebbe mai abbandonato; e una grande
mostra dedicatagli dal Comune di Roma a Palazzo Venezia ha intonato il titolo
“naturalismo esistenziale”. Per sintetizzare l’anima della natura e la natura
dell’anima.
Canne di terra, d’acqua, boschi di lago, suoni dal
silenzio, dal vento, dalla vegetazione. Brulicare di colori, di vita, di
palpitazioni segrete nel luogo che è storia, fatica e tradizione.
Le radici del tempo immerse nel lago una volta solcato dalle reti dei pescatori
e oggi paesaggio di quiete nell’operosa provincia, testimone dell’evoluzione del
volo gloria locale e dell’assolata passione sportiva del canotaggio.
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Bianco Lombardo |
Bianco Lombardo |
Ma le ghiacciate invernali non sono mutate e il bianco
lombardo di Pedretti, le sue visioni di lago nel silenzio metafisico come lastra
di cristallo nel freddo, nella neve, nel grigiore delle brume, ripercorrono
l’entità del luogo e ritrovano l’intimità del paese.
Nel mondo globalizzato, ove l’architettura, dimentica delle origini e della
cultura locale, omologa il nord e il sud, ove il medesimo linguaggio della
pubblicità e dei consumi stravolge tradizioni e consuetudini, Pedretti recupera
l’identità dell’esistenza.
E l’osservatore percepisce il carattere del dipinto, che non consiste solo nella
personalità della pittura, nella rapida saggezza di gesto e colore ma nella
trasfusione limpida di aromi e suoni, di sensazioni e realtà, di richiami alla
memoria e alla fragilità del tempo.
Ne sono testimoni le colature d’essenza che liberamente corrono verso il basso
della tela, quasi rigature del ricordo o segni del passato. Sono come
punteggiatura di sospensione che allude a un’emozione non appartenente solo
all’artista ma al singolo lettore, libera e viva nel rapporto con la natura.
La sensibilità, per la pittura e per il paesaggio, aveva indotto Pedretti, negli
anni Settanta, a dialogo materico condotto a dimensione di fisicità, a
raccogliere in contenitori, sigillati come teche o scrigni, strumenti di pittura
ed elementi di paesaggio, conservando il tutto, nel tempo e nel vuoto, come
reperto in formalina. Simboli di possesso, di proprietà, di importanza della
reliquia.
Accadeva dopo un sedimentato percorso di pittura
paesaggistica che, pur non adottando mai ruoli e modi del paesaggio di
tradizione classica ma affrontando anzi sintesi ardite e coraggiose, non
consentiva tuttavia la soddisfazione della pienezza, del volume, della cosa; e
rasentava dunque le attese del nuovo realismo e dell’oggetto ritrovato.
Una stagione intensa, come nel canone consueto e coerente di Pedretti in
pittura, vissuta nello slancio emotivo, nella tensione gestuale e nel dialogo
intimo con la materia dell’arte.
Ma la sua essenza di pittore e tanto più la sua essenzialità di pittura hanno
dettato il ritorno alla superficie, tela, tavola o carta che sia, segni e colore
in piano, la dimensione verticale come prospettiva di visione della natura e
l’immagine in rapida traduzione come immediato flash della percezione.
Nonostante l’impeto evidente di spatola, pennello e segno, emerge comunque
nitido il tessuto pacato in lento divenire di natura poetica.
Il sentimento lirico dell’origine, di epoche lontane e tramandate, di rimandi al
presente in una vitalità forte, leggibile a pochi, sommessa oppure oscura a
molti.
Il forestiero distinguerà colori e profumi, costanti
pittoresche e luoghi intatti, ma difficilmente potrà intuire ragioni della
storia e del divenire, ritmi d’acqua e di terra, l’alternanza delle stagioni nel
perimetro della vita.
Le pulsazioni della natura, nei dipinti di Pedretti, sono pulsioni di umanità
nel volgere dell’esistenza. Sono nascita, impeto e caducità. Linfa e abbandono,
sole e silenzio, l’acqua della vita e il ghiaccio della morte.
Appaiono come racconto di un paesaggio ma interpretano il senso del percorso.
L’introspezione si veste di vegetali e mentre appare il groviglio del bosco,
risuona il dilemma esistenziale. Si apre un cielo perché si concede un
orizzonte, si accende una luce, si inerpica una vetta, si distingue il piano;
non è facile possedere il paesaggio come non è facile convivere l’esistenza.
L’ambiente non è il contorno ma la realtà profonda e dentro, ragione e radice,
esterno e interno, è il contiguo che anima l’indole.
Pedretti non ha motivi per evitare e fuggire, anzi, avendo compreso, trae
motivazione per cantare il senso del luogo come origine di vita. Non è Virgilio
e non è Arcadia ma interprete acuto del legame dell’uomo al patrimonio di
origine. E non occorrono citazioni colte, bastano la luce del sole e il fremito
dell’erba.
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Paludoso |
La pittura di Pedretti non ammette alcuna deroga
letteraria, evita ogni retorica, allontana qualsiasi reminescenza narrativa. Non
indulge a simbolismo e non si avvale di perifrasi. Piuttosto scolpisce con
nitidi segni una realtà di immagini che diviene canovaccio emotivo, territorio
ospitale per il lettore, libero allora di navigare autonomamente tra memoria e
suggestione. E ripercorrere proprie radici e antichi retaggi, senza obbligo di
confessione, senza dovere di appartenenza, semplicemente consapevole di lontani
richiami.
Come insegnavano nell’antichità, tutto scorre. L’acqua, la vita, le passioni.
Pedretti ferma l’attimo, sottolinea l’esistenza. Ritrae una radice per ascoltare
il passato e ritrova l’identità per vivere il futuro che subito volge, nel
soffio di un battito d’erba.
Comunicato stampa
Antonio Pedretti è nato
nel 1950 a Gavirate.
Ha esordito in mostra personale, a Varese, a sedici anni, ancor prima di
completare gli studi a Milano, alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco.
Radicato al proprio territorio, intendendo non solo natura, ambiente e paesaggio ma quell’humus che diviene aroma, sapore e tradizione, linguaggio delle parole e silenziosa intesa, Pedretti è interprete acuto di evocazioni suggestive che dalla visione del reale transitano al sentimento della memoria.
Di estrazione figurativa, dalla rapida sintesi iconografica degli anni ’70, evolve negli anni ’80 in elaborazioni di tecniche miste, adozioni di collage e décollage, citazioni di fotografia e parole iscritte sino ad approdare ai plexiglas, contenitori ove riporre brani di paesaggio e strumenti espressivi.
Dagli anni ’90 recupera la
pittura ad olio traducendo un linguaggio di immediatezza gestuale forte di
sintesi e rapide colature di colore, quasi allusive aperture a ulteriori
orizzonti emotivi.
Dotato di ricca letteratura critica, con testimonianze che procedono da Renato
Guttuso a Enzo Fabiani, Enrico Crispolti, Marco Goldin, Vittorio Sgarbi, Achille
Bonito Oliva e molte altre autorevoli firme, Antonio Pedretti è artista di lungo
corso espositivo, con curriculum nazionale e internazionale. Le recenti
esposizioni hanno avuto luogo nei Musei di Buenos Aires, Brasilia, Rio de
Janeiro, Lima, Santiago del Cile, organizzate con la collaborazione delle
Ambasciate d’Italia e del Ministero degli Esteri, con conclusione di percorso al
Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Varese. Nel 2005 una grande
mostra antologica a cura di Vittorio Sgarbi e Giovanni Faccenda si è tenuta a
Roma, a Palazzo Venezia, con egida del Ministero per i Beni e le Attività
Culturali e del comune di Roma.
La mostra che ora si
inaugura nelle Sale di Maccagno, a cura di Claudio Rizzi, propone una selezione
di recenti tele e carte, in grande formato, proiezione ideale dall’opera dipinta
all’architettura, allo spazio della memoria e infine al sentimento delle radici.
Un percorso intorno, e di ritorno, all’identità.
Il catalogo edito da Nicolini Editore illustra le opere in mostra e documenta
la personalità artistica attraverso l’ampia estensione degli apparati antologici
e biografici.
Con il Patrocinio di Regione Lombardia e Provincia di Varese, la mostra rientra
nel programma pluriennale del Civico Museo di Maccagno teso alla documentazione
dei protagonisti contemporanei nel territorio e all’approfondimento delle
espressioni pittoriche di maggiore rilievo nell’evoluzione del nostro tempo
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